martedì 20 settembre 2011

La crisi europea dei debiti? Siamo governati da inetti!

Caricature: Trichet, Sarkozy, Berlusconi, Merkel e Barroso


Il rischio default per la Grecia sembra aleggiare sempre più come uno spettro sul vecchio continente. Uno spettro simile a quello che per secoli ha caratterizzato la vita dell'Europa, scrivendo le pagine più buie che la storia dell'uomo ricordi. Se la Grecia dovesse fallire, e con essa Italia e Spagna, e se vi fosse la scellerata possibilità del crollo dell'euro, credo che potremmo dichiarare non soltanto il fallimento economico ma anche quello morale del nostro continente. Un fallimento la cui responsabilità ricadrebbe come un macigno sulle nuove generazioni. Verrebbe da chiedersi cosa sarebbe l'Europa senza l'euro. Ma bisogna anche domandarsi, cosa sarebbe l'euro senza l'Europa. L'Europa della BCE e delle finanze senza un'Europa politica è pura follia, è scelleratezza, è la genesi di quanto stiamo vivendo oggi. Un governo di tecnocrati non più in grado di fermare la speculazione dei mercati messa in azione dalle agenzie di rating e che avanza minacciosa, come un tempo facevano i tank nazisti. 

C'è chi sta lanciando in queste ore l'idea degli eurobond - tra cui l'ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, come dichiarato in un'illuminante intervista pubblicata su corriere.it. Eppure, l'Europa continua a mostrare il suo fianco scoperto. Forse nemmeno gli eurobond potrebbero bastare se i mercati continueranno ad oscillare così vistosamente come hanno fatto nelle ultime settimane. Il fatto è che qui non si tratta più di debiti pubblici, di spread tra titoli di stato e Bund tedeschi che si allarga o di cattiva gestione della macchina comunitaria. Il fianco scoperto dell'Europa è ormai l'attuale classe politica che governa l'intero continente, a cominciare dal nostro presidente del consiglio. Cinica, impreparata e sostanzialmente debole, giorno dopo giorno la nostra classe dirigente europea sta consegnando alla speculazione finanziaria, l'intera Europa, stato per stato. 

Duole dirlo, ma da Parigi, a Berlino, passando per Roma e Madrid, siamo governati da inetti. Difficilmente usciremo dal perverso tunnel della speculazione in cui ci siamo cacciati con questi tizi qua!

AV

domenica 11 settembre 2011

11 settembre dieci anni dopo.


Sarà proprio questo, “11 settembre dieci anni dopo”, il titolo di molti libri, documentari e pezzi giornalistici che leggeremo o abbiamo letto in queste settimane a cavallo della data maledetta. Un giorno entrato con forza nella storia dell’umanità. Al pari di Hiroshima, di Auschwitz, così come della Rivoluzione francese, anche l’11/9 è entrato nei libri di storia.
Tuttavia, come spesso accade, la storia si costruisce col senno del poi. Vanno fatti dei bilanci, delle valutazioni che solo il tempo può permetterci di fare. Esperti ed opinionisti in questi giorni si stanno affannando a commentare, analizzare, spesso e volentieri concludendo col negare ciò che affermavano dieci anni fa. Anche questa dopotutto è storia. Alcune conclusioni un po’ più oggettive però credo le si possano ancora fare. La prima è che l’11/9 ha portato gli Stati Uniti verso una sorta di guerra virtuale contro il terrore. Guerra che ha condotto a due conflitti irrisolti come quelli in Iraq e in Afghanistan. Possiamo anche concludere che l’esportazione della democrazia nei paesi arabi, tanto proclamata da Jeorge W. Bush, è fallita, visto che le vere rivoluzioni gli arabi se le sono fatte dall’interno con le loro “primavere” (anche se prevedere come andranno a finire non è ancora dato saperlo). Possiamo anche dire che da anni il terrorismo è stranamente sceso nella scala delle priorità della comunità internazionale, e non perché lo si sia sconfitto del tutto. Abbiamo anche visto che Bin Laden – a quanto pare – non era poi così difficile da catturare. Qualcuno ha anche visto che al di là dello spettacolo sapientemente offerto dalle televisioni di tutto il mondo, dietro all’11/9 ci sono tanti enigmi e misteri irrisolti. Dal crollo delle torri – a quanto pare, improbabile con il solo schianto di un aereo – fino all’aereo che si è schiantato contro il Pentagono, di cui non vi è una chiara traccia video. Certo, in questo decennio di tesi complottiste se ne sono avanzate tante. A partire da quella sul Niger-gate, che poi avrebbe portato al conflitto iracheno, e ben raccontata da un magistrato italiano, Ferdinando Imposimato, nel libro “La grande menzogna. Il ruolo del Mossad, l’enigma del Niger-gate, la minaccia atomica dell’Iran”.
Insomma, di storie, più che di storia, da raccontare sull’11/9 ce ne sarebbero parecchie. È normale che i riflettori in questi giorni sono puntati sulle vittime, su quelle immagini che hanno fatto il giro del mondo e su quei terribili attimi. È un atto dovuto. Una sorta di memoria che deve impegnare ognuno di noi a non dimenticare quanto accaduto. Per ricordare, però, bisogna allo stesso momento capire il perché di quei terribili fatti. La storiella che due arei dirottati da due terroristi in grado di svolazzare felici per i cieli della più grossa potenza del mondo si siano schiantati contro il World Trade Center non sembra più reggere un granchè. Anche per i meno complottisti. 

AV

martedì 26 luglio 2011

Sono finite le lezioni degli inglesi!

Rupert Murdoch in compagnia del figlio James e di Rebecca la rossa
Il primo scossone all'impero di Rupert Murdoch è venuto proprio dal Regno Unito. E' infatti proprio nella terra di John Locke che si sta consumando da diverse settimane a questa parte l'erosione di Newscorp, uno dei più grandi conglomerati d'informazione esistenti al mondo. Il magnate australiano, presente nel nostro paese con il canale a pagamento Sky, è infatti rimasto vittima di una terra che della stampa libera ha fatto la sua bandiera nel mondo. Così, se il giornalismo da quarto potere di tipo anglosassone è ritenuto una delle basi di una democrazia sana, è pur vero che i metodi scorretti usati dal gruppo Murdoch per cucire scandali sensazionalistici hanno di fatto sgretolato un muro di inganni e menzogne. Un mondo fatto di intercettazioni e ricatti, in una commistione tra pubblico e privato che sfiora e oltrepassa ogni limite. Con la complicità di Scotland Yard, l'organismo investigativo per eccellenza nella terra di Sua Maestà, i giornali di Murdoch hanno infatti per anni intercettato e spiato personaggi importanti (da David Beckham a Paul MacCartney fino a Jude Law) svelando poi con scoop da prima pagina sul News of the World retroscena che altrimenti sarabbero rimasti privati. Una pratica assolutamente scorretta quella messa in campo dal giornale, diretto dall'ormai famosa Rebecca la rossa, uno squalo a caccia di notizie a qualunque prezzo. Il resto è tutto dire, con la stessa rossa che viene arrestata e il News of the World che dopo 168 anni è costretto a chiudere. Uno scandalo senza precedenti che ha travolto e rischia ancora di travolgere pezzi grossi del mondo dell'informazione e delle istituzioni britanniche, mentre vi è la non remota possibilità che il caso si estenda a macchia d'olio fino agli Stati Uniti.
Resta comunque un precedente nella storia del giornalismo libero, e per questo nessuno è più in grado di fare moralismi su libertà di stampa e simili. Alla fine della fiera, questo abuso di professione costerà davvero caro, ma non tanto a Murdoch - ormai spalle al muro - quanto all'immagine della stampa anglosassone nel mondo. Una stampa obiettiva, oggettiva e basata sui fatti. Almeno fino a ieri era questo il modello di giornalismo anglosassone. Peccato che oggi anche questo modello sia decaduto di fronte all'evidenza che dietro ogni grande impresa c'è un grande imbroglio.

AV

lunedì 11 luglio 2011

E' ufficiale: siamo sotto attacco!

I ministri delle Finanze di Italia, Spagna e Germania alla riunione dell'Eurogruppo di oggi a Bruxelles.
















"La forza militare non conta piú. Hedge fund ed agenzie di rating prendono il posto di panzer e baionette. A determinare ascesa e caduta di uno stato è la salute dei suoi conti". 

Queste parole sono state scritte poco più di un anno fa in un post da me pubblicato in occasione della crisi del debito greco (leggi il post). Oggi che la speculazione dei mercati finanziari sta colpendo Italia e Spagna quelle parole sembrano risaltare con ancora più forza agli occhi di chi le legge. La parola attacco, mutuata dal linguaggio bellico, domina ormai la realtà dei mercati. Un campo di battaglia nel quale si delinea in maniera netta la possibile ascesa e caduta di uno stato o di un sistema di stati come l'Unione Europea. 

Con l'entrata nel mirino delle famose agenzie di rating di stati come Italia e Spagna (la terza e la quarta rispettivamente economia dell'eurozona) ci troviamo di fronte ad un gioco - quello della speculazione - potenzialmente in grado di far saltare la moneta unica e quindi di destabilizzare l'intera economia continentale, se non mondiale. I gravissimi rischi che corriamo in queste ore non sono infatti legati al semplice ribasso dei nostri titoli di stato, il cui spread rispetto ai Bund tedeschi ha toccato oggi i 280 punti per l'Italia e i 300 per la Spagna. I gravi rischi su cui tutti devono interrogarsi riguardano anzitutto la possibilità che il default  del nostro paese o dei cugini iberici possa tirarsi dietro l'intero continente e quindi decenni di integrazione economica e monetaria. Infatti, se questa macelleria finanziaria dovesse continuare l'euro potrebbe essere davvero a rischio. Di fronte a tutto ciò e al di là degli errori commessi dalle pigre economie dell'Europa mediterranea, in grado di generare solo spesa pubblica, crescita bassa ed elevati tassi di corruzione, l'Europa non può assolutamente permettersi di perdere la moneta unica. 

Sappiamo bene che è necessario un mea culpa. Che i fautori di questo stato di cose sono sistemi sociali e politici molto diversi dai virtuosi stati del nord Europa. Tuttavia, permettere che il fianco scoperto del debito pubblico possa lasciar gioco facile a chi semplicemente alzando una cornetta fa andare giù a picco interi mercati è davvero troppo. Soltanto oggi, Milano ha perso quasi il 4%, e questo nonostante le dichiarazioni rassicuranti fatte oggi dalla cancelliera Angela Merkel sulla nostra manovra finanziaria, in discussione in questi giorni in Parlamento. 

Ora, al di là dei festeggiamenti di rito, nei 150 anni di questa nazione il vero regalo sarebbe poche parole e molti fatti. Il silenzio di questi giorni del nostro premier sembra andare nella giusta direzione. Vediamo quanto dura. 

AV

lunedì 13 giugno 2011

Affluenza al 57%. Vincono i cittadini ... e FB!

"Cominciamo a prendere in considerazione il fatto che è una sconfitta per il governo", dichiara Adriano Celentano intervistato nel tardo pomeriggio da Enrico Mentana nello speciale di La7 dedicato al referendum. In effetti, a detta di molti la vittoria dei sì a questa tornata referendaria è stata l'ennesima mazzata per l'attuale maggioranza dopo la sconfitta alle amministrative.
La privatizzazione dell'acqua, il ritorno alla produzione di energia nucleare e il legittimo impedimento, questi i temi su cui gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi attraverso un referendum abrogativo nelle giornate del 12 e 13 giugno. Quattro schede che il 57% e più degli aventi diritto al voto in Italia ha voluto prendere in mano per apporre il proprio sì contro l'energia nucleare, a favore dell'acqua pubblica e del principio che la legge è uguale per tutti.

Da anni i referendum non raggiungevano il quorum in Italia, riuscendo a superare la soglia del 50% degli aventi diritto al voto. Cosa è accaduto stavolta? Da cos'è dipesa quest'inversione di tendenza?

Anzitutto dal fatto che dal 1995 -  ultima tornata referendaria in cui il quorum è stato raggiunto - in poi i referendum hanno riguardato temi che poco importavano nell'immediato la vita delle persone. Evidentemente, il cittadino italiano ha percepito che avere una centrale nucleare dietro casa o l'acqua privatizzata costituisce un problema molto più importante della più tecnica riforma costituzionale. Altro aspetto, forse più importante, riguarda la sconfitta del governo e della persona del premier. Se non altro perché non passa il quesito referendario sul legittimo impedimento. Un tema questo fortemente legato a quello della giustizia e su cui Berlusconi ha speso oltre 3 anni del suo mandato dal punto di vista della dialettica politica. Sconfitta che se sommata al voto di Napoli e Milano delle scorse settimane non fa altro che indebolire il governo. E non a caso le prime dichiarazioni che tentano di dare il quadro di quanto complessa sia la situazione nella maggioranza arrivano dalla Lega e per bocca di una delle più autorevoli e meno berlusconiane tra le camicie verdi. A poche ore dalla chiusura delle urne, il ministro degli interni Roberto Maroni dichiara infatti seccamente al Corriere: "o si cambia o si vota".
Le percentuali di voto dei singoli quesiti referendari
Last but not least, la vittoria dei sì è la vittoria dei cittadini che tramite lo strumento di democrazia più diretto previsto dalla nostra costituzione, il referendum, sono riusciti a cambiare davvero le sorti della propria quotidianità. E ci sono anche loro, i social network, FB su tutti, che hanno generato una rete e un movimento di opinione in grado di portare alle urne anzichè in spiaggia milioni di persone. E poi ancora, il ritorno al contatto con la gente, con i comitati civici per il sì che sono impazzati da nord a sud per spiegare con volantini, sit in e porta a porta le loro ragioni alle persone. Comitati in grado di far votare anche quei fuori sede come me che non avevano la possibilità di farlo. E' bastata una semplice iscrizione ad un comitato per il sì e la nomina come rappresentante di lista per far esprimere il proprio voto a miglia di persone impossibilitate a tornare a casa per votare nel proprio seggio.

Credo che, a partire da domani, tutte queste vittorie dovranno far riflettere ognuno di noi su cosa significhi partecipazione, democrazia, avere un ambiente più pulito e sapere che la legge è uguale per tutti.

E c'è già chi la chiama una nuova primavera. Staremo a vedere.

AV