martedì 26 luglio 2011

Sono finite le lezioni degli inglesi!

Rupert Murdoch in compagnia del figlio James e di Rebecca la rossa
Il primo scossone all'impero di Rupert Murdoch è venuto proprio dal Regno Unito. E' infatti proprio nella terra di John Locke che si sta consumando da diverse settimane a questa parte l'erosione di Newscorp, uno dei più grandi conglomerati d'informazione esistenti al mondo. Il magnate australiano, presente nel nostro paese con il canale a pagamento Sky, è infatti rimasto vittima di una terra che della stampa libera ha fatto la sua bandiera nel mondo. Così, se il giornalismo da quarto potere di tipo anglosassone è ritenuto una delle basi di una democrazia sana, è pur vero che i metodi scorretti usati dal gruppo Murdoch per cucire scandali sensazionalistici hanno di fatto sgretolato un muro di inganni e menzogne. Un mondo fatto di intercettazioni e ricatti, in una commistione tra pubblico e privato che sfiora e oltrepassa ogni limite. Con la complicità di Scotland Yard, l'organismo investigativo per eccellenza nella terra di Sua Maestà, i giornali di Murdoch hanno infatti per anni intercettato e spiato personaggi importanti (da David Beckham a Paul MacCartney fino a Jude Law) svelando poi con scoop da prima pagina sul News of the World retroscena che altrimenti sarabbero rimasti privati. Una pratica assolutamente scorretta quella messa in campo dal giornale, diretto dall'ormai famosa Rebecca la rossa, uno squalo a caccia di notizie a qualunque prezzo. Il resto è tutto dire, con la stessa rossa che viene arrestata e il News of the World che dopo 168 anni è costretto a chiudere. Uno scandalo senza precedenti che ha travolto e rischia ancora di travolgere pezzi grossi del mondo dell'informazione e delle istituzioni britanniche, mentre vi è la non remota possibilità che il caso si estenda a macchia d'olio fino agli Stati Uniti.
Resta comunque un precedente nella storia del giornalismo libero, e per questo nessuno è più in grado di fare moralismi su libertà di stampa e simili. Alla fine della fiera, questo abuso di professione costerà davvero caro, ma non tanto a Murdoch - ormai spalle al muro - quanto all'immagine della stampa anglosassone nel mondo. Una stampa obiettiva, oggettiva e basata sui fatti. Almeno fino a ieri era questo il modello di giornalismo anglosassone. Peccato che oggi anche questo modello sia decaduto di fronte all'evidenza che dietro ogni grande impresa c'è un grande imbroglio.

AV

lunedì 11 luglio 2011

E' ufficiale: siamo sotto attacco!

I ministri delle Finanze di Italia, Spagna e Germania alla riunione dell'Eurogruppo di oggi a Bruxelles.
















"La forza militare non conta piú. Hedge fund ed agenzie di rating prendono il posto di panzer e baionette. A determinare ascesa e caduta di uno stato è la salute dei suoi conti". 

Queste parole sono state scritte poco più di un anno fa in un post da me pubblicato in occasione della crisi del debito greco (leggi il post). Oggi che la speculazione dei mercati finanziari sta colpendo Italia e Spagna quelle parole sembrano risaltare con ancora più forza agli occhi di chi le legge. La parola attacco, mutuata dal linguaggio bellico, domina ormai la realtà dei mercati. Un campo di battaglia nel quale si delinea in maniera netta la possibile ascesa e caduta di uno stato o di un sistema di stati come l'Unione Europea. 

Con l'entrata nel mirino delle famose agenzie di rating di stati come Italia e Spagna (la terza e la quarta rispettivamente economia dell'eurozona) ci troviamo di fronte ad un gioco - quello della speculazione - potenzialmente in grado di far saltare la moneta unica e quindi di destabilizzare l'intera economia continentale, se non mondiale. I gravissimi rischi che corriamo in queste ore non sono infatti legati al semplice ribasso dei nostri titoli di stato, il cui spread rispetto ai Bund tedeschi ha toccato oggi i 280 punti per l'Italia e i 300 per la Spagna. I gravi rischi su cui tutti devono interrogarsi riguardano anzitutto la possibilità che il default  del nostro paese o dei cugini iberici possa tirarsi dietro l'intero continente e quindi decenni di integrazione economica e monetaria. Infatti, se questa macelleria finanziaria dovesse continuare l'euro potrebbe essere davvero a rischio. Di fronte a tutto ciò e al di là degli errori commessi dalle pigre economie dell'Europa mediterranea, in grado di generare solo spesa pubblica, crescita bassa ed elevati tassi di corruzione, l'Europa non può assolutamente permettersi di perdere la moneta unica. 

Sappiamo bene che è necessario un mea culpa. Che i fautori di questo stato di cose sono sistemi sociali e politici molto diversi dai virtuosi stati del nord Europa. Tuttavia, permettere che il fianco scoperto del debito pubblico possa lasciar gioco facile a chi semplicemente alzando una cornetta fa andare giù a picco interi mercati è davvero troppo. Soltanto oggi, Milano ha perso quasi il 4%, e questo nonostante le dichiarazioni rassicuranti fatte oggi dalla cancelliera Angela Merkel sulla nostra manovra finanziaria, in discussione in questi giorni in Parlamento. 

Ora, al di là dei festeggiamenti di rito, nei 150 anni di questa nazione il vero regalo sarebbe poche parole e molti fatti. Il silenzio di questi giorni del nostro premier sembra andare nella giusta direzione. Vediamo quanto dura. 

AV

lunedì 13 giugno 2011

Affluenza al 57%. Vincono i cittadini ... e FB!

"Cominciamo a prendere in considerazione il fatto che è una sconfitta per il governo", dichiara Adriano Celentano intervistato nel tardo pomeriggio da Enrico Mentana nello speciale di La7 dedicato al referendum. In effetti, a detta di molti la vittoria dei sì a questa tornata referendaria è stata l'ennesima mazzata per l'attuale maggioranza dopo la sconfitta alle amministrative.
La privatizzazione dell'acqua, il ritorno alla produzione di energia nucleare e il legittimo impedimento, questi i temi su cui gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi attraverso un referendum abrogativo nelle giornate del 12 e 13 giugno. Quattro schede che il 57% e più degli aventi diritto al voto in Italia ha voluto prendere in mano per apporre il proprio sì contro l'energia nucleare, a favore dell'acqua pubblica e del principio che la legge è uguale per tutti.

Da anni i referendum non raggiungevano il quorum in Italia, riuscendo a superare la soglia del 50% degli aventi diritto al voto. Cosa è accaduto stavolta? Da cos'è dipesa quest'inversione di tendenza?

Anzitutto dal fatto che dal 1995 -  ultima tornata referendaria in cui il quorum è stato raggiunto - in poi i referendum hanno riguardato temi che poco importavano nell'immediato la vita delle persone. Evidentemente, il cittadino italiano ha percepito che avere una centrale nucleare dietro casa o l'acqua privatizzata costituisce un problema molto più importante della più tecnica riforma costituzionale. Altro aspetto, forse più importante, riguarda la sconfitta del governo e della persona del premier. Se non altro perché non passa il quesito referendario sul legittimo impedimento. Un tema questo fortemente legato a quello della giustizia e su cui Berlusconi ha speso oltre 3 anni del suo mandato dal punto di vista della dialettica politica. Sconfitta che se sommata al voto di Napoli e Milano delle scorse settimane non fa altro che indebolire il governo. E non a caso le prime dichiarazioni che tentano di dare il quadro di quanto complessa sia la situazione nella maggioranza arrivano dalla Lega e per bocca di una delle più autorevoli e meno berlusconiane tra le camicie verdi. A poche ore dalla chiusura delle urne, il ministro degli interni Roberto Maroni dichiara infatti seccamente al Corriere: "o si cambia o si vota".
Le percentuali di voto dei singoli quesiti referendari
Last but not least, la vittoria dei sì è la vittoria dei cittadini che tramite lo strumento di democrazia più diretto previsto dalla nostra costituzione, il referendum, sono riusciti a cambiare davvero le sorti della propria quotidianità. E ci sono anche loro, i social network, FB su tutti, che hanno generato una rete e un movimento di opinione in grado di portare alle urne anzichè in spiaggia milioni di persone. E poi ancora, il ritorno al contatto con la gente, con i comitati civici per il sì che sono impazzati da nord a sud per spiegare con volantini, sit in e porta a porta le loro ragioni alle persone. Comitati in grado di far votare anche quei fuori sede come me che non avevano la possibilità di farlo. E' bastata una semplice iscrizione ad un comitato per il sì e la nomina come rappresentante di lista per far esprimere il proprio voto a miglia di persone impossibilitate a tornare a casa per votare nel proprio seggio.

Credo che, a partire da domani, tutte queste vittorie dovranno far riflettere ognuno di noi su cosa significhi partecipazione, democrazia, avere un ambiente più pulito e sapere che la legge è uguale per tutti.

E c'è già chi la chiama una nuova primavera. Staremo a vedere.

AV

lunedì 23 maggio 2011

Da Milano a Napoli. Da Roma a Paternò.

Pisapia anticristo, Napoli ai femminielli e ai trans, le zingaropoli, La Mecca dei gay, Milano Stalingrado d'Italia. Tranquilli, non è il turpiloquio o il delirio di un folle, ma soltanto il linguaggio deciso dal centro-destra per le campagne elettorali di Napoli e Milano. La capitale del sud e quella del nord si sono infatti ritrovate a diventare due luoghi importanti anche per i precari equilibri politici della nazione. Berlusconi stesso aveva trasformato la tornata elettorale appena conclusasi in un referendum sulla sua persona. Ma non è solo questo ad aver fatto di queste due città dei luoghi essenziali per decretare la vittoria ora di questo ora di quello schiaremento. Le problematiche che affliggono da tempo le due città come rifiuti, criminalità organizzata, viabilità, immigrazione e inquinamento, sono infatti fattori da non sottovalutare. E tuttavia, il modo con cui si è deciso di rispondere alle esigenze, o problemi che dir si voglia, di queste grandi città è stato il forse malriuscito tentativo di imbastardire il linguaggio politico con atteggiamenti e codici che vanno dalle squallide manifestazioni fuori dai tribunali per difendere ora questo ora quell'interesse, fino alle inesattezze tirate fuori dal cilindro più per macchiare l'immagine dell'avversario che ad onor del vero. 

Detto ciò, si comprende bene come il centro-destra abbia potuto perdere le elezioni al primo turno. Un sindaco uscente che perde, come ha fatto a Milano la Moratti, o il fallimento palese di una classe dirigente (come quello che riguarda il centro-sinistra a Napoli) che non riesce a far trionfare l'altra parte politica (il Pdl di Cosentino), sono infatti segnali che qualcosa non ha funzionato, al di là del risultato finale del 30/05.

Adesso, a freddo, viene spontaneo chiedersi a chi abbia giovato quello squallore verbale. Sicuramente al deserto di idee che circonda chi decide un approccio di questo genere alla politica, oltre a chi intende seguire l'avversario in questa scelta. Va inoltre fatta un'altra domanda: la gente è stanca di questo linguaggio? Forse un pò lo è. Lo dimostra il voto di Milano che ha portato al ballottaggio un Pisapia - magari carente dal punto di vista dell'esperienza amministrativa - ma comunque in grado di minare la credibilità dell'operato del sindaco di una città che, oltre ad essere la città di Silvio Berlusconi, è anche il simbolo dell'asse Lega-Pdl e di questo governo. Lo dimostra anche Napoli dove l'outsider De Magistris riesce a giocarsi la partita del ballottaggio, laddove le due alternative erano la continuità con la gestione Bassolino/Iervolino oppure quella di un partito il cui presidente deliberatamente annunciava lo stop alle ruspe per l'abbattimento di case abusive, in quella che è la patria dell'abusivismo: «Domani nel mio incontro con i cittadini di Napoli farò vedere che ho pronto il provvedimento che sospenderà gli abbattimenti delle case» (Berlusconi, Radio Kiss Kiss Napoli, 12/5/2011). 

Ora che il centro-sinistra è rimontato dopo anni di sconfitte, sembra facile gridare al lupo al lupo, agitando lo spauracchio delle zingaropoli, dei femminielli e dei comunisti al governo. L'onere della prova spetterebbe a chi ha governato per quasi un decennio il paese sia nelle amministrazioni locali che nel governo centrale. Va dimostrato di aver fatto meglio di queste ipotetiche zingaropoli e Stalingrado d'Italia. Il problema è che non sembrano esistere esempi virtuosi da opporre, da Roma a Paternò (tanto per citarne una).

AV

venerdì 6 maggio 2011

Obama Bin Laden

La morte di Osama Bin Laden rappresenta un duro colpo ad Al Quaeda e al terrorismo internazionale. E' come se fosse stata tagliata la testa al serpente. Tuttavia, l'equazione per cui uccidi il capo di un'organizzazione criminale e automaticamente hai distrutto quell'organizzazione è assolutamente fuori luogo. Se questo fosse vero, fenomeni come la mafia o il narcotraffico sudamericano si sarebbero già estinti, mentre di fatto le mafie e il crimine organizzato si sono sempre reinventati di fronte ai duri colpi ricevuti.

Il problema qui diventa un altro. E risiede tutto nella capacità - spesso dagli esiti fallimentari - di trasformare ogni evento (guerre incluse) in qualcosa di mediatico o potenzialmente tale. Indimenticabile il countdown di Vespa a Porta a Porta nel 2003, alla vigilia della guerra in Iraq. Si contavano i minuti allo scadere dell'ultimatum lanciato da Bush al rais di Bagdad, quasi fosse capodanno. Peccato che i botti che di lì a poco avrebbero sparato erano bombe in grado di provocare miglia di vittime, civili e non. Alla luce di questa continua mediatizzazione degli eventi, la cattura di Bin Laden e la sua eventuale morte diventano oggetto di discussione per l'opinione pubblica di tutto il mondo, soprattutto per i non addetti ai lavori. Tra gli occidentali Bin Laden era diventato il simbolo del terrorismo di matrice islamica e quindi del male assoluto. Un simbolo che negli ultimi anni era stato dimenticato. Tantissime le speculazioni su una sua presunta morte o malattia. Sulla sua figura, che da anni non lanciava i consueti proclami succeditisi a decine dopo il fatidico 11/9, aleggiava da tempo un certo mistero. Era diventato quasi terzo rispetto alle guerre che dal crollo delle Twin Towers in poi si sono succedute. Una terzietà generata non dal suo effettivo ruolo (che c'era ed era rilevante), ma dal racconto televisivo che è stato fatto in questo periodo dai mass media di mezzo mondo, espressione di un establishment politico ed economico indiscutibile.

A questo punto, l'uccisione di Bin Laden sembra quasi come uscire il coniglio dal cilindro. Mentre in tutto il Medio Oriente infiamma una ancora non chiara primavera democratica, la Libia rischia una guerra civile per anni, Hamas stringe accordi con Fatah e la guerra in Afghanistan è lontana dall'esser vinta, la cattura dello sceicco del terrore sembra dare man forte alle posizioni perse in questi anni dagli americani e dagli alleati occidentali. Casualità? Chi lo sa. Sposare la linea complottista non è sempre salutare. Tuttavia, la costruzione mediatica di questo evento - non andata poi a buon fine, visti i falsi di fotografie circolati sul web e la premura con cui ci si è sbarazzati del corpo dell'uomo - non può di certo fermare quei tanti interrogativi che avvolgono ancora il punto cui è giunta la strategia americana in Medio Oriente. Da anni (o forse da sempre) non è dato sapere nulla all'opinione pubblica mondiale se non scoop e propaganda. Una previsione però la si può azzardare. Certo i contesti e le condizioni sono completamente diversi. Ma se è vero che la storia si ripete, sembra quasi di assistere  a quanto accadde all'Unione Sovietica  prima del crollo a cavallo tra gli anni '70 e '80, quando perdeva la sua presa sui paesi satelliti e sull'intero sistema da lei creato.

Analisi a parte. Come ha giustamente fatto notare ieri il principe del foro americano, il celebre avvocato Alan Dershowitz, in un'intervista a corriere.it, è stato un grave errore la mancanza di totale trasparenza su quanto accaduto durante il blitz ad Abbottabad e su cosa sia stato fatto esattamente col corpo di Osama Bin Laden. La pubblicazione delle foto del cadavere tanto annunciata e mai pervenuta. Il modo sbrigativo in cui gli americani si sono sbarazzati del corpo dello sceicco. La prova del DNA di Osama. Tutti errori che di fronte ad una regia mediatica potenzialmente impeccabile sollevano i polveroni dei cospirazionisti, ormai titolati a parlare dal gran regista di tutta l'operazione: Barack Obama. Peccato che questi errori non facciano altro che il gioco dell'altra metà del campo. Che il presidente americano non fosse tanto ferrato in politica estera lo si sapeva da prima della sua elezione. Ma in questo caso, siamo davvero al dilettantismo politico.

AV