giovedì 9 settembre 2010

The show must go on, caro Tomizawa


Ha dell’assurdo quanto accaduto domenica scorsa durante la gara del Moto2 Gp di San Marino. Continuare a correre nonostante un concorrente di quella gara, il diciannovenne Shoya Tomizawa, fosse morto durante la stessa è qualcosa che dovrebbe spingere chiunque ad indignarsi. Ho ascoltato in radio le dichiarazioni di Valentino Rossi. Affermava che sarebbe stato giusto fermarsi, salvo poi commentare l'esito della gara dal punto di vista sportivo. A quel punto, ho avuto la sensazione che per quella infelice scelta di continuare a correre ci si scandalizzasse giusto il tempo di un battito d’ali. Soltanto un giorno o poco più. Poi via nel dimenticatoio. La normalità. La morte di un giovane scompare di fronte al mercimonio che circonda ogni tipo di show ed ogni genere di spettacolo. Tutto diventa ascrivibile all’ordinarietà degli eventi. Fermare la gara non lo avrebbe riportato in vita, ho sentito dire. Sarebbe stato però un modo per ricordare. È come dire che non serve commemorare le vittime di stermini e stragi perché non le riporterebbe in vita.

E così, l’informazione che spesso e volentieri orienta comportamenti e costumi ha di fatto assecondato l'onnipresente show must go on, con la morte di un ragazzo ridotta a poco più che un fatto. Nella narrazione degli eventi c'è addirittura più spazio per commentare l’esito della gara – il Fatto – che non per il decesso – divenuto soltanto il fatto nel Fatto. I circenses del XXI secolo hanno ormai assunto una funzione ed un peso maggiore rispetto a fatti tristi e di rottura come la morte. Tuttavia, essendo profondamente convinto del rispetto che merita ogni singolo individuo nelle sue infinite manifestazioni, liquidare quell'episodio a mera ordinarietà è per me inaccettabile. Così come è inaccettabile dover assistere quotidianamente nei TG ad un elenco numerico di gente morta in circostanze molto più drammatiche. Da Baghdad a Kabul, numeri, statistiche, cose e non persone. È così che si riduce l’importanza agli occhi del pubblico di quelle vite spezzate. Come carri bestiame, quei numeri fanno parte di uno sterile elenco che non aggiunge null’altro a quelle cifre. Un modo per snaturare il rispetto assoluto che merita il singolo individuo, in quanto uomo e in quanto portatore di una sua storia personale. Va invece ridata forza al linguaggio, alle parole, alla narrazione dei fatti. Raccontarli senza assecondare i desideri dei potenti. Bisogna orientare lo sdegno e l’indignazione necessari a far ribellare chiunque alla dittatura mediatica ed economica di soggetti che – come i signori che stavano dietro quella gara motociclistica – hanno a cuore solo il profitto. Va fermato l’estremismo di qualsiasi ragion di stato in grado di fare macelleria di tutto e tutti pur di mantenere in vita una sporca ragnatela di interessi. Sarebbe un modo per ricordare, per fare memoria, per non cadere nella tentazione che non ci si debba mai fermare di fronte alla morte di una persona in nome di un interesse qualsiasi, specie se insulso come quello di una gara, di un gioco, di un momento di ozio.

Tempo fa ci si scandalizzò, senza però condannare, perché alcuni bagnanti continuavano a godersi la loro giornata di mare nonostante in spiaggia vi fosse un cadavere. Ma questi fatti sono tutti figli di un unico orientamento comportamentale, quello che riduce l’uomo a cosa, oggetto e non lo innalza mai a persona. Egoismi ed autoreferenzialità sembrano dominare, in un’orgia di spregiudicatezza materialistica. Sono invece convinto che in questo postmodernismo, diventato ormai anche post-umanesimo, bisogna combattere per riportare al centro l’uomo, la sua dignità, la sua soggettività, indipendentemente dal ruolo ricoperto in società e al di là di ogni interesse.

AV