martedì 21 settembre 2010

Cinismo, soldi e profitto

Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (Museo del Novecento, Milano)
Cinismo, soldi e profitto. Sono tutti vocaboli di quel racconto che è il mondo di oggi. Non troverete mai una narrazione così spietata come quella che oggi si presenta dinanzi ai nostri occhi, alle nostre vite, alla nostra quotidianità. Non si tratta di cassandre o uccelli del malaugurio ma soltanto di fatti e realtà. La cruda realtà di un tempo che tutti viviamo in maniera piena nelle sue infinite forme e sfumature. È un cinismo smisurato che porta con sé una logica egoistica in grado di attraversare la società in maniera trasversale. Ogni sua relazione ne viene coinvolta, da quelle più intime alle relazioni professionali. Vecchi proverbi come il famoso “nessuno fa niente per niente” pronti a riempire le pagine della nostra giornata. Leggi violate. Diritti violati. Ma soprattutto, persone violate.

Per chi come me crede profondamente nel valore di cui ogni singolo individuo è portatore, il sol pensiero di vedere l’altro come oggetto di un meccanismo individuale è insopportabile. Abbiamo perso il contatto ed il dialogo, e con essi la speranza. Si intravede solo paura all’orizzonte. Del futuro, dello straniero, dell’immigrato e del diverso, oppure dell’innovazione. Di chiunque e di qualunque cosa. Una guerra di tutti contro tutti di hobbesiana memoria, il cui fine non è affatto collettivo bensì personale ed individuale. Solo uno vincerà. Che sia una lobby od una singola persona non importa. L’uno relativistico è ormai il numero di questo tempo. Siamo a livelli di povertà intellettuale, oltre che economica, inimmaginabili. Essere poveri non significa più mendicare, ma lavorare sapendo di non avere un futuro. Lavorare nella precarietà perenne che toglie identità e speranza, lavorare a basso salario vedendosi i propri diritti calpestati in una perenne Pomigliano d’Arco. Abbiamo preteso troppo da questo tempo e alla fine questo si è fermato. E noi con lui. Nessuna ricetta che possa soppiantare il vecchio capitalismo. Le idee sono ormai tramontate e con esse la speranza. Abbiamo vissuto il tempo di massima espansione economica e di massima riduzione del divario ricchi-poveri. Quel tempo è finito. La forbice tra i più abbienti e i meno abbienti si è allargata sempre di più. Un cinismo che ha reso la distribuzione delle risorse – naturali e prodotte – una sorta di corsa all’oro del Klondike.

Presto troveremo una riedizione di un racconto lontano secoli addietro. Con il principe sempre più in festa e il popolo sempre più in miseria. È una fase di transizione. Va dunque detto che prima ci renderemo conto che arriveremo ad un allargamento della forbice ricchi-poveri; prima capiremo che la classe media in cui si sono emancipati i nostri nonni operai verrà annientata; prima capiremo che il mondo si dividerà - come è stato per secoli - in sudditi e potenti; prima capiremo che stracceranno il nostro lavoro e i nostri studi gettandoli nel vortice della precarizzazione; prima capiremo che è necessaria una nuova lotta di classe per ristabilire il cammino perduto verso la giustizia sociale. Prima avverrà tutto ciò e meglio sarà.

Per farlo la parola d’ordine è sobrietà, mentre la sua traduzione in pratica sarà l’eliminazione dello straripante magazzino del superfluo. In caso contrario ci attenderanno soltanto cinismo, profitto e soldi. E questi ultimi non saranno certo per noi.

AV