venerdì 6 maggio 2011

Obama Bin Laden

La morte di Osama Bin Laden rappresenta un duro colpo ad Al Quaeda e al terrorismo internazionale. E' come se fosse stata tagliata la testa al serpente. Tuttavia, l'equazione per cui uccidi il capo di un'organizzazione criminale e automaticamente hai distrutto quell'organizzazione è assolutamente fuori luogo. Se questo fosse vero, fenomeni come la mafia o il narcotraffico sudamericano si sarebbero già estinti, mentre di fatto le mafie e il crimine organizzato si sono sempre reinventati di fronte ai duri colpi ricevuti.

Il problema qui diventa un altro. E risiede tutto nella capacità - spesso dagli esiti fallimentari - di trasformare ogni evento (guerre incluse) in qualcosa di mediatico o potenzialmente tale. Indimenticabile il countdown di Vespa a Porta a Porta nel 2003, alla vigilia della guerra in Iraq. Si contavano i minuti allo scadere dell'ultimatum lanciato da Bush al rais di Bagdad, quasi fosse capodanno. Peccato che i botti che di lì a poco avrebbero sparato erano bombe in grado di provocare miglia di vittime, civili e non. Alla luce di questa continua mediatizzazione degli eventi, la cattura di Bin Laden e la sua eventuale morte diventano oggetto di discussione per l'opinione pubblica di tutto il mondo, soprattutto per i non addetti ai lavori. Tra gli occidentali Bin Laden era diventato il simbolo del terrorismo di matrice islamica e quindi del male assoluto. Un simbolo che negli ultimi anni era stato dimenticato. Tantissime le speculazioni su una sua presunta morte o malattia. Sulla sua figura, che da anni non lanciava i consueti proclami succeditisi a decine dopo il fatidico 11/9, aleggiava da tempo un certo mistero. Era diventato quasi terzo rispetto alle guerre che dal crollo delle Twin Towers in poi si sono succedute. Una terzietà generata non dal suo effettivo ruolo (che c'era ed era rilevante), ma dal racconto televisivo che è stato fatto in questo periodo dai mass media di mezzo mondo, espressione di un establishment politico ed economico indiscutibile.

A questo punto, l'uccisione di Bin Laden sembra quasi come uscire il coniglio dal cilindro. Mentre in tutto il Medio Oriente infiamma una ancora non chiara primavera democratica, la Libia rischia una guerra civile per anni, Hamas stringe accordi con Fatah e la guerra in Afghanistan è lontana dall'esser vinta, la cattura dello sceicco del terrore sembra dare man forte alle posizioni perse in questi anni dagli americani e dagli alleati occidentali. Casualità? Chi lo sa. Sposare la linea complottista non è sempre salutare. Tuttavia, la costruzione mediatica di questo evento - non andata poi a buon fine, visti i falsi di fotografie circolati sul web e la premura con cui ci si è sbarazzati del corpo dell'uomo - non può di certo fermare quei tanti interrogativi che avvolgono ancora il punto cui è giunta la strategia americana in Medio Oriente. Da anni (o forse da sempre) non è dato sapere nulla all'opinione pubblica mondiale se non scoop e propaganda. Una previsione però la si può azzardare. Certo i contesti e le condizioni sono completamente diversi. Ma se è vero che la storia si ripete, sembra quasi di assistere  a quanto accadde all'Unione Sovietica  prima del crollo a cavallo tra gli anni '70 e '80, quando perdeva la sua presa sui paesi satelliti e sull'intero sistema da lei creato.

Analisi a parte. Come ha giustamente fatto notare ieri il principe del foro americano, il celebre avvocato Alan Dershowitz, in un'intervista a corriere.it, è stato un grave errore la mancanza di totale trasparenza su quanto accaduto durante il blitz ad Abbottabad e su cosa sia stato fatto esattamente col corpo di Osama Bin Laden. La pubblicazione delle foto del cadavere tanto annunciata e mai pervenuta. Il modo sbrigativo in cui gli americani si sono sbarazzati del corpo dello sceicco. La prova del DNA di Osama. Tutti errori che di fronte ad una regia mediatica potenzialmente impeccabile sollevano i polveroni dei cospirazionisti, ormai titolati a parlare dal gran regista di tutta l'operazione: Barack Obama. Peccato che questi errori non facciano altro che il gioco dell'altra metà del campo. Che il presidente americano non fosse tanto ferrato in politica estera lo si sapeva da prima della sua elezione. Ma in questo caso, siamo davvero al dilettantismo politico.

AV